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Finestra di sguardo: Il segreto della pallina di Natale
©Daria Piccotti

Contenuti della Fotopagina

Finestra di sguardo, lo spazio che accoglie le Fotoscritture create dagli allievi dei miei laboratori.

L'atmosfera natalizia diventa racconto

Quanti racconti si nascondono nel riflesso di una pallina di Natale?

Nel laboratorio di Fotoscrittura continuativo con Giulia, l’atmosfera del Natale è diventata inchiostro e voce.

Ci siamo lasciate guidare dalle suggestioni di sei fotografie per tessere una fiaba che esplora questa festa attraverso le emozioni più profonde.

Non troverete solo la magia dell’incantesimo, ma personaggi vivi, che attraversano il dolore e la solitudine per cercare una nuova luce.

Vi invito a scoprire questo mondo incantato, dove ogni dettaglio visivo ha trovato il suo posto nel racconto.

Il segreto della pallina di Natale

Una fiaba di Giulia & Daria

C’era una volta un mago di nome Berling, che creava servitori con gli ortaggi del suo orto. Queste creature nate dalla terra lo aiutavano nelle faccende quotidiane, silenziose e obbedienti come solo chi viene plasmato dalla magia sa essere.

Un giorno Berling scorse tra le foglie una zucca dalle fattezze perfette, ideale per diventare la testa di un nuovo aiutante. Con l’aggiunta di altri ortaggi e qualche parola magica, diede vita a Stuart, così ben fatto da sembrare quasi umano.

Il nuovo servitore si rivelò straordinario: aveva un carattere forte e coraggioso, un’intelligenza vivace che lo portò in breve tempo da organizzare autonomamente i lavori della casa e a coordinare gli altri aiutanti. Volenteroso e pieno di iniziativa, non si risparmiava mai, nemmeno sotto la pioggia battente. Il mago lo osservava con crescente soddisfazione e decise di affidargli maggiore autonomia, nominandolo capo della servitù. Sperava così di legarlo a sé ancora più strettamente, evitando che cercasse l’indipendenza. Stuart, dal canto suo, provava per Berling un affetto profondo e sincero.

La notte di Natale, il mago si sentì improvvisamente male.

“Stuart,” chiamò con voce flebile, “portami un decotto.”

Il servitore accorse subito con la tazza tra le mani tremanti. “Ecco a voi, mio padrone.”

“Stuart, sto morendo,” mormorò Berling.

“Non potete dirmi questo, mio padrone. Voi siete l’unico a cui abbia mai voluto bene.”

“Stuart,” disse Berling con l’ultimo filo di voce, “ascolta bene le mie ultime parole: tu non devi amare nessuno. L’amore è una debolezza, ci rende solo fragili. Hai capito?”

“Sì, padrone,” rispose Stuart con gli occhi pieni di lacrime. “Se questo è ciò che desiderate, lo farò.”

Berling sorrise debolmente. “Bravo,” sussurrò, prima dell’ultimo respiro.

©Daria Piccotti

Un dolore cupo e rabbioso si impossessò di Stuart. Rimase immobile accanto al corpo del mago, finché un pensiero non prese forma nella sua mente: “Se non devo voler bene a nessuno, perché dovrei circondarmi di inutili compagni che non si impegnano quanto me e non sono alla mia altezza?”

Gli sovvennero le magie apprese da Berling. Scese nella stanza dove il maestro custodiva le polveri e gli unguenti, prese una manciata di polvere di farfalla e salì nell’ala dei servitori.

Uno dopo l’altro li ritrasformò negli ortaggi che erano stati. Ne fece un buon minestrone, che mangiò a sazietà mentre il fuoco crepitava nel camino.

Quando si rese conto di essere rimasto completamente solo, prese una decisione terribile.

“Il mio padrone ha detto che l’amore è debolezza, ed è proprio l’amore la causa del mio dolore. Lo trasformerò in odio.”

Rinchiuso in quella cupa determinazione, continuò a svolgere le sue faccende senza mai risparmiarsi, riempiendo il vuoto con la fatica. Il dolore della solitudine lo divorava, ma ogni volta che le lacrime minacciavano di salire, le ricacciava indietro con ostinazione e le trasformava in feroce rabbia. Coltivava l’orto a colpi sempre più violenti di zappa, sfogando contro la terra tutta la sua frustrazione.

Arrivò una nuova vigilia di Natale. Berling aveva sempre definito quella festa frivola e inutilmente allegra, Stuart, al contrario, ne amava le luci e l’atmosfera calda e ammirava gli addobbi con cui le famiglie decoravano giardini e balconi. Quella sera il Natale gli apparve come un nemico, il ladro che gli aveva portato via il suo adorato maestro. Decise di vendicarsi della festa stessa, di infliggere la sua medesima sofferenza a quegli stupidi umani felici.

Bussò alla porta di una bella casa illuminata. Quando la donna anziana gli aprì, Stuart abbassò lo sguardo con umiltà studiata.

“Sono povero e senza un tetto sulla testa. Potreste ospitarmi qui stanotte? Per il cibo mi basta un tozzo di pane e un po’ d’acqua.”

“Venite, venite,” lo invitò subito la donna. “Ho appena preparato l’abbacchio e la nostra tavola è aperta anche a voi. Stanotte dormirete nella stanza degli ospiti.”

Durante la cena Stuart si mostrò cordiale e affabile, guadagnandosi le simpatie di tutti, incluso il nipotino della signora. Il bambino, con l’innocenza tipica della sua età, non riuscì a trattenere la curiosità.

“Perché avete una testa così grande?”

“Sono queste cose da dirsi?” intervenne subito la nonna, mortificata. “Chiedi immediatamente scusa al nostro ospite!”

Il piccolo arrossì e, per farsi perdonare, gli offrì un pezzo del suo dolce preferito.

“State tranquilla, signora,” rispose Stuart con un sorriso gentile. “È solo un bambino. Io sono uno zio, ormai.”

Al momento di andare a dormire, la padrona di casa preparò con cura la camera per l’ospite. Stuart vi si rintanò in attesa che il silenzio calasse sulla casa. Quando tutto tacque, si mosse furtivo verso la stanza della nonna. Estrasse la candela magica di Berling e afferrò una pallina decorata dall’albero che la donna e il nipote avevano addobbato insieme. Si avvicinò al letto e illuminò la sfera di vetro con la fiamma della candela. Il riflesso sulla superficie lucida attivò l’incantesimo: la nonna scomparve, risucchiata dentro la pallina.

©Daria Piccotti

Poi si diresse nella camera del bambino. Il piccolo si svegliò di soprassalto.

“Cosa state facendo?” chiese con voce assonnata.

Stuart gli strofinò sul naso la polvere di farfalla e in un istante il bambino si trasformò in un millepiedi, incapace di parlare e dimentico di tutta la sua vita umana.

Godendo della sua crudeltà, Stuart tornò a casa con la pallina in tasca. Entrò nel suo salotto, dove un albero troneggiava accanto al camino, e vi appese la sfera di vetro che conteneva la nonna prigioniera. La luce del fuoco faceva brillare la pallina di riflessi sinistri.

Gli anni passarono e ad ogni vigilia di Natale Stuart sceglieva una nuova famiglia da distruggere. L’albero nel suo salotto si riempì di palline scintillanti, ciascuna una vita rubata, un Natale spezzato.

Arrivò un’altra vigilia di Natale. Stuart si fece ospitare in una bella casa di campagna dove abitavano una bambina di nome Kate e i suoi genitori. Quando calò il buio e tutti dormivano, si recò nella camera matrimoniale e imprigionò madre e padre nella pallina più bella del grande albero addobbato nel soggiorno.

Kate si svegliò di soprassalto. Prima ancora che potesse scendere dal lettino, Stuart le strofinò il naso con la polvere di farfalla. La bambina si trasformò in una cavalletta e saltò via dal letto, dimenticando all’istante la sua vita. Nel saltare freneticamente per la stanza rimase impigliata nelle pieghe del gilet di Stuart, che se la portò via senza accorgersene.

©Daria Piccotti

Giunti nel giardino della casa di Stuart, Kate riuscì a liberarsi e saltò in un lungo e in largo, cercando riparo.

Finì nella rimessa degli attrezzi, tra scope e rastrelli abbandonati. Quei giorni invernali furono  durissimi.

Il freddo penetrava attraverso le fessure del legno e Kate tremava senza sosta, raggomitolata in un angolo dove la corrente era meno tagliente.

Il cibo scarseggiava: trovava qualche briciola di foglia secca, qualche seme dimenticato.

La fame le stringeva il corpicino esile e la solitudine era ancora più crudele del gelo.

All’inizio chiamava, con i suoi versi sottili di cavalletta, ma nessuno rispondeva.

Si sentiva persa in un mondo divenuto troppo grande, dove ogni cosa era una minaccia: il vento che poteva spazzarla via, la pioggia che la inzuppava fino alle zampe, il buio che durava troppo a lungo.

Piano piano, però, iniziò ad ambientarsi.

Scoprì che sotto le assi del pavimento c’erano piccoli spazi dove nascondersi meglio.

Imparò a riconoscere dove crescevano le erbacce più tenere, quelle che poteva mangiare.

Quando arrivò la primavera, il mondo si aprì in mille colori nuovi e Kate si avventurò fuori dalla rimessa.

Nell’orto incontrò altri abitanti: un gruppo di formiche che trasportavano semi, una lumaca che si muoveva lenta tra le foglie di lattuga, un ragno che tesseva la sua tela tra i pali di sostegno dei pomodori.

©Daria Piccotti

All’inizio erano diffidenti, ma Kate era gentile e curiosa. La lumaca le insegnò quali piante erano più dolci da mangiare, le formiche le mostrarono dove trovare semi caduti. Il ragno le indicò i posti sicuri dove riposare durante il giorno.

Kate imparò a procurarsi il cibo da sola: saltava sui germogli più bassi, rosicchiava le foglie fresche, beveva le gocce di rugiada che brillavano all’alba. Con l’estate ritrovò perfino un po’ di gioia, godendosi il sole caldo sul dorso, saltellando tra le file dell’orto e ascoltando le storie che i suoi nuovi amici le raccontavano sul vecchio giardiniere che una volta si prendeva cura di quei luoghi.

Quando tornò l’autunno e poi di nuovo l’inverno, Kate capì che doveva trovare un rifugio migliore. Una sera, intirizzita dal freddo, guardò verso la casa di Stuart. Una finestra era socchiusa e da lì usciva un bagliore caldo. Decise di provare ad entrare.

Con una serie di balzi raggiunse prima un vaso, poi il davanzale, e infine scivolò dentro. Il tepore del camino la avvolse immediatamente. La stanza era grande, illuminata dalle fiamme danzanti, e al centro troneggiava un albero magnifico, coperto di palline scintillanti.

La sua attenzione fu catturata da una sfera particolare: grande, colorata, che brillava di una luce diversa dalle altre. Non sapeva cosa la attirasse, ma sentiva una chiamata impossibile da ignorare.

Si avvicinò saltellando e all’improvviso sentì una voce provenire dalla pallina.

“Kate! Non ci posso credere, la mia bambina!”

Kate rispose con le antenne tremanti. “Chi sei?”

“La tua mamma!”

“Come è possibile? Io sono una cavalletta!”

“Kate, io ti riconoscerei in qualunque forma. L’amore di una madre può questo e altro. Stuart ha imprigionato me e papà l’anno scorso, e lo fa da secoli con tante famiglie innocenti. Abbiamo bisogno del tuo aiuto: devi cercare di far cadere la pallina dall’albero.”

Kate esitò. “Perché dovrei aiutarvi se non so chi siete e se posso fidarmi?”

Ci fu un attimo di silenzio, poi la voce riprese con tenerezza. “Amore mio, ricordi l’orsacchiotto di pezza che tanto desideravi? Quello con il gilet rosso consumato e il bottone d’oro al posto dell’occhio sinistro? Lo trovasti sotto l’albero proprio quella sera di Natale. Lo scartasti per primo e mi dicesti che era il regalo più bello del mondo.”

Qualcosa si mosse nel profondo di Kate, come un ricordo che risaliva attraverso strati di oblio. L’orsacchiotto. La casa. I suoi genitori. Il Natale. Tutto tornò in un lampo accecante. Lei era Kate, era una bambina, aveva una famiglia che la amava.

Sopraffatta dalla gioia, iniziò a saltare ripetutamente sulla pallina per farla cadere. Era però troppo leggera e la sfera si mosse solo di qualche millimetro.

©Daria Piccotti

“Kate, ce la puoi fare!” la incoraggiò il papà da dentro la pallina. “Prova a sciogliere il nodo che la lega al ramo.”

Kate si arrampicò sul filo, lo morse con le mandibole, ci lavorò sopra con le zampette finché il nodo non si allentò. La pallina cadde e si schiantò al suolo in mille frammenti luminosi. Immediatamente i genitori furono liberi e tornarono a grandezza naturale. Kate, però, era ancora una cavalletta.

“Non preoccuparti, tesoro,” disse subito la mamma raccogliendola con delicatezza nel palmo della mano. “So come farti tornare umana: Stuart tiene la polvere di farfalla proprio sul comodino.”

Si precipitò nella camera da letto e tornò con il barattolo. Strofinò la polvere magica sul corpicino della cavalletta. Kate tornò immediatamente bambina e si gettò tra le braccia dei genitori.

“Dobbiamo andarcene, subito,” disse il padre guardando nervosamente verso la porta.

“No, papà! Dobbiamo liberare tutti,” rispose Kate con fermezza.

Con un gesto rapido rovesciò l’albero a terra. La stanza brillò di una luce accecante e tutte le persone imprigionate nelle palline furono liberate, confuse e spaventate.

In quel momento rientrò Stuart con un’altra vittima in una nuova pallina. Vide la scena davanti a sé e rise crudelmente: “Credevate fosse così facile? Tutti i bambini li ho trasformati in insetti e sono separati dai genitori, così che per tutti il Natale sia sofferenza, come lo è per me.”

Quando i suoi occhi incontrarono gli sguardi di tutte le vittime collezionate negli anni, vide specchiata la sua stessa sofferenza nei loro occhi attoniti. Riconobbe in quegli sguardi il dolore della perdita, la solitudine, la rabbia trattenuta. Improvvisamente Stuart scoppiò in un pianto dirotto che tratteneva da secoli, un fiume di lacrime che non aveva mai permesso a se stesso di versare.

Liberatosi finalmente dalla schiavitù dell’odio, aprì il barattolo della polvere di farfalla e la rovesciò completamente a terra. In un attimo, richiamati dalla magia, tutti i bambini trasformati in insetti arrivarono in quella stanza da ogni angolo della casa e del giardino. Uno dopo l’altro tornarono umani, ritrovando i propri genitori in un abbraccio che sapeva di miracolo.

“Ora mi sono liberato davvero dal giogo del mio padrone,” sussurrò Stuart con voce rotta. “E desidero solamente tornare quello che ero.”

Si abbandonò al suolo e, mentre le ultime lacrime gli rigavano il volto, gli ortaggi di cui era fatto il suo corpo tornarono ad essere tali, ricoperti dagli abiti ormai vuoti di uno spaventapasseri.

Kate si avvicinò a quegli abiti abbandonati e, con delicatezza, raccolse la zucca che era stata la testa di Stuart. In quella forma semplice, liberata dal peso di un incantesimo troppo grande da sopportare, Stuart aveva finalmente trovato pace.

Da allora, ogni famiglia liberata quella notte, custodì con cura un seme di zucca, piantandolo nel proprio orto. E quando arrivava il Natale, guardando le zucche cresciute dalla terra, ricordavano che anche il cuore più indurito può ritrovare se stesso, se solo smette di combattere contro ciò che è.

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Vi auguro una buona giornata e ci vediamo alla prossima Fotopagina.

Daria Piccotti

Sono Daria Piccotti, fotografa, Fotoscrittrice e curatrice indipendente. Ho fondato Narravolando®, il mio marchio registrato entro cui intreccio fotografia, scrittura e curatela come pratiche narrative e trasformative. Mi definisco Fotoscrittrice: fotografo e scrivo per esplorare lo spazio di confine tra immagine e parola, dove lo sguardo diventa racconto e il racconto genera visione. Ideo e curo progetti artistici e culturali, mostre e percorsi espositivi, con particolare attenzione al dialogo tra estetica, territorio e comunità. Progetto e conduco corsi personalizzati, laboratori e workshop di Fotoscrittura, accompagnando persone e gruppi in percorsi espressivi che uniscono consapevolezza dello sguardo e narrazione visiva. Nel mio blog Fotopagine pubblico articoli su Fotoscrittura, Board Game Photography, creatività e processi narrativi.

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