Ho mai veduto?
Ci sono esperienze che ci attraversano, ci cambiano e rivoluzionano il nostro sentire. A volte è un incontro, un viaggio, oppure un libro. Entrare nelle pagine di Cecità di José Saramago non è stata una semplice lettura, ma un’immersione profonda in un universo che ha scosso le mie fondamenta, spingendomi ad interrogarmi sull’atto stesso del vedere. Quelle pagine hanno lavorato a lungo dentro di me, silenziose e potenti, fino a quando hanno trovato voce e forma in un progetto di Fotoscrittura: Ho mai veduto?
Ho deciso di condividere con voi questo viaggio intimo, che ha trovato una tappa essenziale a Lido di Camaiore, dove è stato selezionato per la mostra Storie in Scatti organizzata dall’Associazione Culturale Eos Immagine. È una grande emozione vedere un’opera così personale dialogare con lo sguardo degli altri fotografi e dei visitatore, così che il sentire individuale si trasformi in esperienza condivisa.

Quando la realtà perde i contorni: il mare di latte di Saramago
Cecità non è un romanzo sulla perdita della vista. È un’indagine spietata sulla condizione umana quando viene privata dei suoi punti di riferimento. Saramago non descrive il buio, ma un bianco accecante, un mare di latte che sommerge ogni cosa, cancellando i volti, le strade, le identità. È una cecità che non toglie, ma che riempie di un nulla abbacinante.
Questa scelta narrativa mi ha colpita profondamente: la perdita non è un’assenza, ma una presenza opprimente. È un tema che, per vie diverse, attraversa la mia vita, portandomi a riflettere su quanto diamo per scontata la trama invisibile che sorregge la nostra quotidianità. Attraversiamo le nostre giornate con la fretta delle scadenze e dei ritmi incalzanti cui non riusciamo a sottrarci, senza cogliere la bellezza dei momenti, il valore di gesti semplici come un sorriso, una passeggiata o una serata al cinema. Ci muoviamo, guardiamo, tocchiamo, ma raramente percepiamo davvero la preziosità di questi gesti. Cosa succede quando questa trama si strappa?
Saramago scrive:
Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.
Questa frase è stata la chiave di volta. Mi ha spinto a interrogarmi non sulla vista come funzione biologica, ma sul vedere come atto di consapevolezza. Cosa significa veramente vedere? E se i nostri occhi, pur aperti, non stessero realmente guardando?
Il viaggio dello sguardo: Un trittico per l'anima
Ho mai veduto? è il tentativo di dare corpo a queste domande. È un viaggio dello sguardo che si muove attraverso la perdita, per approdare ad una nuova forma di percezione.
Il percorso inizia con la dissolvenza, quel vacuo vacillare di vuoto abbandono in cui l’identità si perde e il corpo diventa una traccia instabile. Lo sguardo non ha più appigli, vaga in uno spazio senza contorni, esattamente come i personaggi di Saramago vagano in una città irriconoscibile. È la vertigine della perdita, il momento in cui ci si sente nudi, privati di ogni riferimento.
Da questo smarrimento, però, nasce un’urgenza. Il corpo si ribella e cerca un nuovo modo di vedere. Lo sguardo si sposta sulle mani, che si contraggono nella morsa di una fame che brucia d’assenza. È un vedere tattile, una ricerca disperata di consistenza nel nulla. Le mani diventano occhi, esplorano le pieghe della realtà, si aggrappano a un brandello di tessuto come ad un’ancora di salvezza. È la lotta per rimanere presenti, per sentire il mondo quando non riusciamo a guardarlo.
Infine, la lotta si placa. Il caos si ritira e lascia spazio ad una quiete profonda. L’atto del vedere si ritrae completamente dall’esterno e si rivolge all’interno. L’occhio si chiude. Le palpebre diventano un confine, una terra interiore segnata da coltri di crepe arse dal nulla. È qui, in questo silenzio visivo, che risuona la domanda finale, l’unica che conta davvero: Ho mai veduto?
Ringrazio mio marito Francesco, che non si è solo messo a disposizione come soggetto, ma ha preso parte attiva al progetto. La realizzazione delle fotografie è diventata un’esperienza condivisa, ricca di senso e profondità.
Fotoscrittura per sentire: la creatività come benessere
Questo progetto è nato grazie al mio approccio alla fotografia, che vivo come nutrimento interiore, esplorazione e strumento di benessere. L’atto di creare immagini e di scrivere, nel caso della Fotoscrittura in un interscambio fluido e alchemico, diventa un modo per dialogare con le parti più profonde di noi. Permette di dare forma ad emozioni complesse, di esplorare le proprie fragilità e di trasformare il dolore o l’inquietudine in qualcosa di tangibile, in un’opera che ce ne restituisca un senso.
Mettersi dietro l’obiettivo per raccontare una storia interiore è un atto di cura. Significa allenare lo sguardo a vedere oltre la superficie, trovare la bellezza nell’imperfezione, trasformare le nostre crepe interiori in punti di forza espressiva. È un percorso che ci riconnette con la nostra essenza creativa, un’energia vitale che tutti possediamo e che, se coltivata, può diventare una risorsa preziosa per il nostro equilibrio.
Se senti anche tu il desiderio di esplorare il tuo mondo interiore attraverso lo sguardo fotografico e la parola, ti invito a scoprire i miei laboratori di Fotoscrittura. Sarà un viaggio che faremo insieme, alla scoperta del potere trasformativo della tua creatività.
Vuoi provare anche tu a creare il tuo progetto con la Fotoscrittura?

Con il laboratorio di Fotoscrittura svilupperemo insieme il tuo sguardo fotografico e trasformeremo parole e immagini in veri e propri racconti.
Puoi scegliere un percorso individuale oppure unirti a uno dei gruppi in partenza.
Vi auguro una buona giornata e ci vediamo alla prossima Fotopagina.







