Finestra di sguardo, lo spazio che accoglie le Fotoscritture create dagli allievi dei miei laboratori.
Un Fotoracconto collettivo
La rubrica Finestra di sguardo accoglie oggi un esperimento narrativo speciale, nato dalla creatività condivisa durante l’ultimo laboratorio di Fotoscrittura (edizione settembre-ottobre 2025). Nell’incontro dedicato alla costruzione del Fotoracconto, abbiamo intrapreso un viaggio creativo: partendo da una sequenza comune di cinque fotografie e definendo insieme la struttura portante di una storia, ogni partecipante ha dato vita alla propria, personalissima versione. Cinque sguardi, cinque sensibilità, cinque racconti individuali che pulsavano di vita propria.
Il mio compito, delicato e affascinante, è stato quello di raccogliere queste voci, ascoltarne le risonanze e intrecciarle in un’unica narrazione corale. Seguendo il metodo della Fotoscrittura ®Narravolando, ho cercato di preservare l’essenza di ogni contributo, armonizzandoli in un racconto che fosse più della somma delle sue parti: una storia collettiva che custodisse l’eco di ogni singola scintilla creativa. Quella che segue è l’alchimia creativa nata da questo processo: un Fotoracconto collettivo che vi invito a leggere e guardare, lasciandovi trasportare dalle parole e dalle immagini che lo hanno ispirato.
L'eco dei papaveri rossi
Autori: Gabriella Comini, Gisella Natalini, Sara Luongo, Jacopo Ferretti, Marisa Balducci.
A cura di Daria Piccotti, secondo il metodo ®Narravolando, marchio registrato.
Fu tra le rovine annerite del castello di Ardyn che Willow trovò il diario.
Le pietre, coperte di muschio e silenzio, raccontavano di un passato di ricchezza ormai dissolto. L’aria odorava di ferro e pioggia. Sotto un arco spezzato, tra le ceneri di un antico camino, giaceva un volume legato con corda logora, le pagine gonfie d’umidità.
Willow viveva nell’orfanotrofio che sorgeva proprio dove un tempo si estendeva il giardino del castello. Era una bambina curiosa, con gli occhi sempre pieni di domande. Da tempo chiedeva al vecchio custode dell’orfanotrofio di raccontarle la storia di quelle rovine che la affascinavano tanto.
«È passato molto tempo», le diceva sempre il custode, con voce stanca. «I miei ricordi sono ormai confusi. Ma quando ero giovane, mi occupavo del vecchio guardiano del castello, ormai bloccato a letto e poco lucido. Mi raccontava sempre una storia… di un giardino magico dove crescevano piante curative, che solo mio padre, Damon, poteva raccogliere.»
Willow non si accontentava mai di quel racconto frammentario. Così, quel giorno di maggio, quando i papaveri ondeggiavano nei campi con perfetta sincronicità, si spinse tra le rovine per cercare la verità. E la trovò.
Era il diario del guardiano di Ardyn. Le parole, seppur sbiadite, conservavano ancora la voce di un uomo fiero, divorato però dalla colpa e dal dolore.
Dal diario di Edran di Vher, guardiano del castello di Ardyn
Scrivo perché la memoria non muoia con me.
Io, Edran di Vher, un tempo comandante delle guardie e custode delle mura di Ardyn, assisto ora alla fine di questo regno e alla dissoluzione del mio onore. Se qualcuno troverà queste parole, sappia la verità di come questo castello cadde, non per guerra o carestia, ma per la superbia e la follia di un uomo che non seppe chiedere perdono.
Un tempo non credevo a creature e pozioni magiche. Esistevano solo nei racconti per far addormentare i bambini che non volevano andare a letto. Ma io ho sempre preferito la praticità e il pragmatismo alla frivola immaginazione.
Entrai nell’esercito reale da giovane, al servizio di Re Umberto III, e lì mi distinsi per l’abilità con la spada e l’incorruttibile fedeltà allo stemma del grifone. Il giorno più onorevole della mia carriera fu quando rimasi sul campo di battaglia per salvare la vita a suo figlio Gualtiero, mentre il resto dell’esercito batteva in ritirata. Molti caddero quel giorno, ma il principe sopravvisse.
Anni dopo, quando il principe divenne Re Gualtiero IV dell’antica contea di Bosco Bianco, mi chiamò a sé. «Edran», mi disse, «ti affido il compito di custodire il castello di Ardyn e il giardino che si trova nelle sue terre. È magico, solo pochi vi possono entrare e tu devi proteggerlo.»
Ricordo di aver pensato: “Quante sciocchezze”. Ma non era mio solito contestare gli ordini, quindi obbedii.
Un tempo queste pietre risplendevano d’oro e di vita. I cortili erano pieni di bambini e di canti, e le finestre ardevano di fuochi e banchetti. Mi occupavo del parco, curavo e innaffiavo le rose amate dalla regina, potavo i grandi alberi e l’erba sembrava sempre appena tagliata. Ero soddisfatto del mio lavoro, fiero della mia dedizione.
Nel giardino, tra nebbie leggere, cresceva ogni sorta d’erba e fiori, e minuscole creature – il Piccolo Popolo del bosco – lo custodivano con cura ossessiva. Monitoravano ogni filo d’erba che cresceva, ogni foglia che cadeva. Nessuno poteva avvicinarsi, tranne chi avesse un’anima innocente.
Il Re aveva stretto un patto con loro: poteva prelevare un numero limitato di papaveri rossi – fiori dalle proprietà curative straordinarie – per alleviare le sofferenze di sua figlia Caterina. L’accordo era rigido: solo un innocente poteva raccoglierli, e mai oltre la quantità stabilita.
Quel ragazzo era Damon. Aveva nove anni, i capelli rossi come fuoco e due occhi verdi che parevano conoscere i segreti del mondo. Non so perché lo scelsero. Forse aveva il sangue degli antichi, o un dono che io, uomo di guerra, non potevo comprendere. Fatto sta che da quel giorno Damon divenne ponte tra il nostro regno e quel popolo di magia.
Il mio compito era semplice: fare la guardia al giardino, assicurarmi che nessuno violasse il patto. Non dovevo entrarvi per nessuna ragione. Avevo giurato.
Gli anni come guardiano passarono tranquilli. Trascorrevo le mie giornate in mezzo alla natura, vicino a quel giardino. All’inizio passeggiavo su e giù per ammazzare il tempo, ma con il passare degli anni trovai una posizione più comoda all’ombra di un albero, da cui potevo osservare il giardino e monitorare la situazione.
Fu durante uno scontro con i predoni della terra di Holt che tutto cambiò. Erano stati respinti, ma io riportai una ferita al piede. Piccola, trascurata. In pochi mesi la carne cominciò a imputridire. L’odore del mio stesso corpo mi seguiva ovunque.
Il dolore divenne lancinante, insopportabile. Ondate pulsanti si irradiavano dal piede ulceroso, giorno e notte, senza tregua. Temevo che il re mi destituisse, così indossavo la mia armatura come una maschera, e quando la notte cadeva, piangevo in silenzio nel mio letto di pietra.
Ma ciò che mi faceva davvero impazzire non era solo il tremendo dolore fisico: era la consapevolezza che, così ridotto, non avrei più potuto svolgere come in passato il mio compito di guardiano, al quale avevo dedicato gran parte della mia vita. La mia morale incrollabile, la mia dedizione eroica – tutto ciò che ero – stava crollando sotto il peso di quella maledetta ferita.
Fu in quei giorni che notai la principessa Caterina, la primogenita del re, giocare allegra ed energica nel cortile. La sua spensieratezza catturò la mia attenzione. Il giorno seguente era stanca invece, quasi non si reggeva in piedi. Seguirono giorni in cui non la vidi per nulla.
Poi Damon andò a prendere dei fiori dal giardino, e il giorno seguente la principessa tornò a giocare piena di forze. La scena si ripeté diverse volte sotto i miei occhi finché, mosso dalla curiosità, fermai il giovane.
«La principessa è molto malata», mi disse con il tono di chi pensa “come fa a non saperlo”, «solo i fiori magici del giardino le possono donare qualche momento di sollievo».
Quante sciocchezze, pensai ancora. Ma per la prima volta, un dubbio si insinuò nella mia mente.
E come un tarlo, quel dubbio iniziò a scavare: “E se il Re sapesse di una cura miracolosa e non volesse condividerla con nessuno? E se quei fiori potessero guarire anche me?”
Il pensiero di trasgredire all’ordine del re si fece strada piano piano nella mia mente, diventando sempre più pressante, mano a mano che il piede peggiorava e il dolore cresceva fino a rendermi quasi folle.
Non avevo mai tradito un giuramento. La mia dedizione era stata totale, assoluta. Mi aveva portato a essere così duro e rigoroso da pagare con una profonda solitudine, con la rinuncia a una vita di affetti. Ero nato e cresciuto in quella casa, ma non riuscii mai a trovare una donna con la quale condividere la mia vita. Il mio carattere burbero, i miei modi intransigenti mi avevano isolato. E ora, dopo tutto questo, sarei dovuto morire per un’ulcera?
Una sera chiamai Damon. Il ragazzo venne, fiducioso come sempre.
Quel dolore insopportabile si stava prendendo i miei sentimenti. Era così intenso che dovevo assolutamente trovare una soluzione, altrimenti avrei finito per impazzire e poi morire solo, come ero sempre stato.
Lo presi per un braccio, lo scossi malamente sollevandolo da terra più volte. Con occhi minacciosi sussurrai poche e chiare parole:
«Se non rubi per me ogni giorno cinque di quei fiori miracolosi, ti rinchiudo nelle segrete e nessuno ti troverà più. Morirai di fame e di sete e per tutti sarai sparito nel nulla. Forse qualcuno penserà: poverino, l’avranno mangiato i lupi. Ma stai sicuro, piccolo moccioso, che nessuno si prenderà a cuore di venire a cercarti. Quindi ti conviene fare come ti dico: prima di uscire dal giardino strappi qui e là cinque di quei bei fiorellini e me li consegni. Chiaro?»
Vidi gli occhi di quell’orfanello riempirsi di lacrime. Non mi erano mai piaciuti i bambini. Ero riuscito a terrorizzarlo.
Gli dissi parole orribili, parole che ancora mi bruciano nella mente. Promisi che, se avesse parlato, l’avrei fatto dimenticare da tutti. Lui non pianse. Mi guardò soltanto – e nei suoi occhi vidi qualcosa di antico, di spaventoso. Poi chinò il capo e accettò.
Il giorno seguente andò nel giardino. Provavo uno strano senso di ansia misto ad euforia, come in una delle mie vecchie missioni. Damon uscì, si recò al castello, e la sera ci trovammo nelle stalle. Mi diede una lozione che aveva preparato con i papaveri rubati.
L’indomani mi svegliai meravigliosamente bene: era da tempo che non succedeva. Una dormita rigenerante, l’ulcera sgonfia, il dolore sparito. Che sollievo.
Quello che per anni avevo considerato una sciocchezza si rivelò vero. Per molti giorni filò tutto liscio. Ogni volta che usciva dal giardino, Damon mi consegnava cinque splendidi papaveri. Il mio piede migliorava a vista d’occhio. Quando tutto sembrava procedere bene e il dolore era quasi sparito, iniziai persino a sperare in un futuro diverso.
Ma sapevo che quel ragazzino era uno sciocco – raccoglieva sempre i fiori nello stesso punto, vicino al cancelletto di uscita, creando così un vuoto notevole. Oppure, pensai in un secondo momento, lo aveva fatto di proposito per farsi scoprire prima possibile. Mi aveva proprio fregato.
Scoprii ben presto quanto fosse vera la magia di quel giardino. Quando uscii dalle mie stanze una mattina, trovai il castello in fermento. Guardando fuori, vidi il giardino avvolto da una nube profonda. Il Re e la principessa si trovavano lì davanti. Ad un certo punto Gualtiero si chinò, gesticolando e parlando con piccole creature che non potevo vedere bene dalla distanza. Era agitato, spaventato. Non l’avevo mai visto in quelle condizioni.
Le creature del giardino si erano accorte che venivano strappati troppi papaveri, tutti nello stesso punto. Avevano obbligato Damon a confessare la verità e, seppur inizialmente il ragazzo avesse provato a mentire raccontando una menzogna da me architettata, terrorizzato dalle mie minacce, alla fine aveva ceduto. Non poteva venire meno al suo senso morale.
Un boato assordò tutti i presenti. La nube scomparve e con essa il giardino. Dove prima c’era rigoglio restavano solo sterpaglie. Al mattino, il giardino era scomparso. Il Piccolo Popolo si era dissolto nel nulla. Non lasciarono traccia, se non un silenzio più pesante della morte. Le creature del bosco avevano serrato i cancelli per sempre. Neanche per il Re c’erano più fiori disponibili.
Venni convocato dal Re. Al suo cospetto venni interrogato e, ahimè, dovetti confessare. Mi guardò con gli occhi pieni di lacrime. Sapeva cosa avevo fatto. E io sapevo che stavo per pagare il prezzo di un momento di sollievo.
Da quel giorno il castello cominciò a morire. I raccolti appassirono, i pozzi si seccarono. Gli uomini se ne andarono, uno a uno. La principessa… non morì per quella rara malattia. Anzi, non morì affatto. Ma non so cosa le accadde dopo, né quale fu il suo destino senza i fiori magici.
E adesso sono qui, sugli spalti del castello che ho giurato di custodire a prezzo della vita. Scruto l’orizzonte cercando, attraverso la foschia della calda estate, segnali dell’arrivo del mio signore.
La sofferenza è sempre più intensa. Dal piede ulceroso – che è tornato a tormentarmi più violento di prima – si diramano ondate di dolore pulsante. Forse questo dolore non è più malattia, ma condanna. Trascino il mio corpo piegato e curvo tra corridoi vuoti. Le torce sono spente, e il vento soffia come un lamento.
Il Re arriverà presto per decretare la mia punizione. Non so se sarà l’esilio, la morte, o qualcosa di peggio. So solo che, qualunque essa sia, è meritata.
Io che ero il guardiano di questo castello, che ne custodivo i segreti e mi ero assunto la responsabilità di proteggere ogni cosa ed essere vivente, avevo infranto il sacro giuramento. Ho deluso il mio signore, macchiandomi per il resto dei miei giorni dell’onta di traditore.
Il paradosso del custode che tradisce ciò che custodisce.
Se qualcuno troverà queste parole, sappia che Ardyn non cadde per guerra o carestia, ma per superbia e paura. E per la follia di un uomo che non seppe chiedere perdono.
Forse sto già scontando la mia pena, e questo dolore è la mia vera sentenza.
Scrivo perché la memoria non muoia con me, ma anche perché chi verrà dopo sappia: ci sono scelte che non possono essere disfatte, prezzi che non possono essere restituiti.
E giardini magici che, una volta persi, non fioriscono mai più.
[Il diario si interrompe qui]
Quando Willow chiuse il diario, il vento soffiò tra le rovine e le sembrò di udire un passo trascinato, un lamento lontano, come se il guardiano di Ardyn non avesse mai smesso di vegliare sulle sue ceneri.
Si voltò verso l’orfanotrofio che sorgeva dove un tempo c’era stato il giardino magico. I papaveri ondeggiavano ancora nei campi circostanti, come sempre in quella stagione. Ma quelli erano papaveri comuni.
Il vecchio custode dell’orfanotrofio – il figlio di Damon – la aspettava sulla soglia. Sul suo volto rugoso, quando vide il diario nelle mani di Willow, si delineò un lieve sorriso malinconico.
«Hai trovato la verità che cercavi?» le chiese.
Willow annuì in silenzio, stringendo al petto il volume logoro.
«Sai, ragazzo», aveva detto un tempo il vecchio guardiano al padre del custode, quando ormai era bloccato a letto e poco lucido, «ogni volta che osservo i papaveri rossi non posso non pensare a quello che ho fatto in passato solo per la mia paura di soffrire.»
Quella paura aveva distrutto un castello, chiuso un giardino magico, e lasciato solo rovine.
E forse, pensò Willow guardando le pietre coperte di muschio, questa è la vera punizione: non la morte, non l’esilio, ma dover vivere con il peso di ciò che si è distrutto. Per sempre.
L'eco di cinque sguardi
Questo Fotoracconto è il frutto di un’esperienza collettiva, un dialogo tra cinque sensibilità uniche che hanno saputo trovare un’armonia comune.
Marisa Balducci ha donato alla storia il suo stile realistico e un finale concreto, immaginando il destino del guardiano.
Gabriella Comini ha intessuto la narrazione con un tono epico e suggestioni fantasy, introducendo la cornice del diario ritrovato.
Gisella Natalini ha esplorato la profondità del conflitto interiore del guardiano, sottolineando come la disperazione nascesse non solo dal dolore fisico, ma dalla paura di non poter più adempiere al proprio dovere.
Sara Luongo ha arricchito e ampliato la trama con la figura del giovane custode, figlio di Damon, creando un ponte tra passato e presente.
Jacopo Ferretti ha delineato con efficacia il passato militare del guardiano e il momento cruciale in cui lo scetticismo iniziale verso la magia lascia il posto alla tentazione, osservando gli effetti dei fiori sulla principessa.
A Gabriella Comini, Gisella Natalini, Sara Luongo, Jacopo Ferretti e Marisa Balducci va il mio ringraziamento per essersi messi in gioco con generosità e creatività.
Scopri la tua voce con la Fotoscrittura
Ogni laboratorio di Fotoscrittura è un’avventura unica, un percorso per esplorare la propria creatività intrecciando parole e immagini. Se anche tu desideri scoprire come trasformare le tue fotografie in racconti e dare voce al tuo sguardo unico, ti invito a visitare la pagina dedicata ai laboratori di Fotoscrittura.
Troverai tutte le informazioni sui prossimi percorsi, sia individuali che di gruppo.
Esploriamo insieme la creatività!

Vi auguro una buona giornata e ci vediamo alla prossima Fotopagina.







