Finestra di sguardo, lo spazio che accoglie le Fotoscritture create dagli allievi dei miei laboratori.
Quando il flusso creativo diventa narrazione

Un ritmo silenzioso e potente scandisce la creatività, quello della costanza.
Nella Finestra di sguardo di oggi torniamo ad affacciarci sull’immaginario di Giulia, una delle voci più creative dei miei laboratori di Fotoscrittura.
Nel nostro laboratorio settimanale osserviamo una fotografia, la lasciamo parlare e seguiamo il flusso creativo che nasce da quello sguardo condiviso.
Quando Giulia ha visto questa statua acefala che anima la fontana del Castello del Roccolo, qualcosa si è mosso.
Non è stata una spiegazione razionale, ma un’intuizione immediata: quella figura di pietra custodiva una storia.
E la storia ha iniziato a prendere forma, parola dopo parola, scritta a mano mentre io accompagnavo quel pensiero con domande, suggerimenti, direzioni possibili.
La Principessa di Pietra è nata così, in un singolo incontro. Fa parte di un racconto più ampio, ambientato nel mondo contemporaneo, una cornice narrativa che Giulia sta costruendo con pazienza e continuità.
Questa fiaba, pur essendo un frammento di quel mosaico più grande, ha una sua autonomia, una sua voce che merita il suo spazio di ascolto.
Come già raccontato nell’articolo dedicato ai suoi mondi fantastici, Giulia possiede una straordinaria capacità di costruire universi narrativi a partire da un dettaglio visivo.
Una statua senza volto diventa una principessa sirena che sceglie di trasformarsi in pietra per amore del suo popolo. Un’assenza diventa presenza, una rottura diventa simbolo.
Lavorare insieme significa seguire il flusso creativo nel momento in cui nasce, accompagnare il pensiero mentre si fa racconto. Una fotografia diventa soglia, un’intuizione diventa personaggio, un dettaglio diventa mondo.
Giulia scrive a mano, in diretta, e io accolgo quel racconto mentre accade, guidando quel flusso con domande, suggerimenti, aperture possibili. È un dialogo continuo tra la sua voce interiore e la narrazione che prende corpo.
Il risultato è una storia ricca di ritmo, simboli e una morale che non predica ma rivela.
La Principessa di Pietra
Una fiaba di Giulia & Daria
C’era una volta un lago incantato, nascosto tra valli silenziose e acque cristalline, su cui il cielo si specchiava in mille riflessi d’argento. Nelle sue profondità viveva un popolo di sirene e tritoni, le cui code dai mille colori animavano la superficie di morbide onde danzanti.
Il saggio Re Tritone, sovrano di quel regno sommerso, aveva una figlia di nome Mabel, dotata non solo di rara bellezza ma anche di un cuore dolce e di una mente vivace e curiosa. Animata dal desiderio di conoscenza, amava trascorrere ore sugli scogli, al confine tra il suo mondo e quello degli umani.
“Figlia mia,” le diceva spesso il padre con voce amorevole ma ferma, “sii prudente. Il mondo degli uomini è un mondo di gambe frettolose e cuori incostanti. Non c’è da fidarsi. Il nostro posto è qui, al sicuro nelle nostre acque.”
Mabel ascoltava, ma il richiamo del mondo era troppo forte. Seduta sul suo scoglio preferito, conversava amabilmente con chi passava vicino al lago, imparando storie di villaggi, feste e grandi imprese.
Un giorno, attratto dalle voci sulla sua straordinaria bellezza, giunse al lago un nobile di nome Fulvio. La sua fama lo precedeva e la sua ricchezza era pari solo alla sua vanità.
Circondato da fanciulle ammaliate dal suo fascino, era abituato ad ottenere immediata adorazione. Iniziò a corteggiare Mabel con doni e parole galanti, ma la principessa, nella sua ingenuità, scambiava le sue attenzioni per semplice e cordiale amicizia.
Finché un giorno, con il sole che indorava la superficie del lago, Fulvio si dichiarò. “Mia bella Mabel,” disse con tono solenne, “ho deciso che sarete voi la gemma più preziosa del mio palazzo. Volete essere la mia sposa?”
Mabel lo guardò sorpresa, poi scosse dolcemente il capo. “Nobile Fulvio, le vostre parole mi onorano, ma io non vi amo. Il mio cuore appartiene a questo lago e al mio popolo. Sono una principessa, e il mio dovere è qui.”
L’uomo, punto nell’orgoglio, insistette: “Conosco una fattucchiera capace di trasformare la vostra coda in gambe e piedi. Potreste avere tutto!”
“Io voglio essere una sirena,” rispose Mabel con fermezza. “Voglio vivere libera in questo lago per tutti i giorni della mia vita. Non mi importa di avere le gambe.”
“Ma con me vivresti nel lusso! Sono uno degli uomini più ricchi del paese!” ribatté Fulvio, incredulo.
“Non mi interessa,” concluse la principessa con una calma regale. “Mio padre mi ha insegnato che la vera nobiltà non risiede nei tesori, ma nel servire il proprio popolo.”
Fulvio si allontanò, il volto contratto in una maschera di rabbia e umiliazione. Non era abituato al rifiuto. La sua mente, avvelenata dall’orgoglio ferito, meditò un piano di vendetta. Si diresse a passo svelto verso il suo palazzo e chiamò Gertrude, un’anziana domestica esperta di incantesimi e pozioni.
“Gertrude!” tuonò il nobile. “Quella creatura del lago mi ha rifiutato! Voglio vendetta!”
La vecchia donna lo scrutò con i suoi piccoli occhi penetranti. “Cosa vi ha fatto, mio signore, per meritare la vostra ira?”
“Mente!” inventò Fulvio. “Ha lanciato una maledizione su di me e su tutti gli abitanti di questo palazzo! Anche su di voi, Gertrude!”
A quelle parole, la fattucchiera esitò alcuni istanti ed infine, spaventata, annuì. Convinta di dover proteggere il palazzo da una terribile minaccia, preparò una pozione densa e grigia come la nebbia e la versò in una piccola fiala.
“Versatela nel lago,” gli disse, “e nulla di ciò che vive lì dentro potrà più farci del male.”
Il giorno seguente, Fulvio tornò al lago. Non vedendo Mabel sul solito scoglio – la principessa quel giorno aveva deciso di sedersi sulla riva opposta – versò senza esitazione la pozione nelle acque limpide.
In quel momento Mabel stava conversando con sua nonna. All’improvviso, vide il volto dell’anziana sirena irrigidirsi, il colore svanire dalla sua pelle, i suoi movimenti cessare. In un istante, si trasformò in una statua di pietra grigia.
Un silenzio di tomba calò sul lago. Terrorizzata, Mabel si guardò intorno e vide il suo intero popolo subire la stessa, orribile sorte. Suo padre, i suoi amici, i bambini: tutti immobili, prigionieri della pietra.
“Aiuto!” urlò con la voce spezzata dal panico. “Padre! Dove siete?”
Sentendo le sue grida, Fulvio si precipitò da lei, il suo volto illuminato da un sorriso crudele. “Vedi, principessa? Non hai scelta. O sarai mia, o vivrai per sempre sola in questa tomba d’acqua.”
Mabel lo fissò, le lacrime che le rigavano il volto ma gli occhi pieni di fiera dignità: “Non ci penso neanche. Non sarò mai la sposa di un uomo perfido e crudele come te.”
“Come vuoi,” sogghignò lui. “Grazie alla fattucchiera del mio palazzo, il tuo amato lago ora è una foresta di pietra.”
“La fattucchiera…” mormorò Mabel. Un’idea, un’ultima speranza, le balenò nella mente. “Qual è il suo nome?”
“Gertrude,” rispose lui, godendosi la sua disperazione.
Ma Mabel non era sconfitta. Levò al cielo un canto, una melodia antica che solo le creature dell’aria potevano comprendere. Uno stormo di uccelli, suoi amici da tempo, scese in volo verso di lei.
“Volate,” ordinò loro, “cercate per tutto il paese una donna di nome Gertrude e portatela qui da me. Raccontatele la verità!”
Lo stormo partì come una freccia. Gertrude, nella sua stanza, sentì un cinguettio insistente alla finestra, la aprì e ascoltò, con crescente orrore, il racconto degli uccelli. Tradita e furente, si diresse senza indugio verso il lago.
Lì, si scontrò con Fulvio. “Sciagurato!” gridò, la voce tremante di rabbia. “Come avete potuto ingannarmi? Ho saputo che la sirena non vi aveva fatto alcun male, ha solo rifiutato la vostra arrogante proposta!”
“Se lo meritava!” replicò lui. “Invece di essere onorata, mi ha umiliato!”
Mentre i due discutevano, Mabel intervenne, la voce chiara e decisa nonostante il dolore. “Voglio che il mio lago abbia di nuovo vita. A qualunque costo.”
Gertrude si voltò verso di lei, il suo sguardo pieno di commozione e tristezza. “Nobile principessa,” disse con tono grave, “purtroppo non esiste un antidoto per questa pozione. L’unica soluzione richiede un sacrificio immenso.”
Le porse un fiore, una ninfea bianca che splendeva di luce propria. “Immergi la tua coda nelle acque tenendo stretto questo fiore. Il tuo popolo tornerà a vivere, ma in cambio tu diventerai roccia per l’eternità. È un atto di grande coraggio, ma il tuo sacrificio non sarà vano.”
Mabel guardò la statua di suo padre, la sua figura forte e gentile ora fredda e immobile. Le scesero lacrime silenziose, non di disperazione, ma di amore puro. Rivolgendosi alla sua immagine di pietra, sussurrò: “Padre, tu avrai di nuovo la vita, e con te tutte le creature del lago.”
Strinse a sé la ninfea magica e, con un ultimo, profondo respiro, immerse la sua coda nelle acque tetre del lago. Appena lo fece, il suo corpo iniziò a irrigidirsi.
Mentre lei diventava pietra, un’onda di luce calda si propagò dalla ninfea, diffondendosi in ogni angolo del lago. In quello stesso istante, una ad una, le statue ripresero colore e vita. Il Re Tritone aprì gli occhi e vide sua figlia trasformata in una splendida statua, con la ninfea ancora stretta al petto.
Il popolo del lago era salvo. Avevano perso non solo la loro futura regina, ma una principessa dal cuore d’oro, che aveva insegnato loro la lezione più grande.
Da quel giorno, gli abitanti del lago vissero felici e protetti, onorando la statua di Mabel che, dalle sponde del lago, vegliava su di loro.
Ogni viandante che passava di lì, poteva ammirare la principessa di pietra, simbolo eterno di come il vero amore non sia possesso, ma sacrificio.
Dove il flusso creativo incontra la struttura narrativa
C’è una maturità nuova nella scrittura di Giulia, una consapevolezza che emerge limpida tra le righe di questa fiaba.
La Principessa di Pietra non è solo un racconto fantastico, ma una riflessione profonda sul significato dell’amore e della responsabilità.
Giulia ha saputo costruire un personaggio femminile di grande forza: Mabel non è una vittima degli eventi, ma un’eroina che sceglie il proprio destino. Rifiutando la vanità e il possesso, abbraccia il sacrificio come atto supremo di protezione e cura per la sua comunità.
Giulia ha saputo prendere elementi classici della fiaba — la sirena, il nobile arrogante, la pozione magica — e intrecciarli con grande sensibilità.
La trasformazione in pietra, che poteva essere una condanna, diventa qui un monumento all’amore che veglia e protegge. Non è una fine tragica: è una forma di presenza eterna, scelta consapevolmente.
La struttura della fiaba rispetta i canoni classici – l’incantesimo, la prova, il sacrificio – ma li abita con uno sguardo contemporaneo.
Fulvio non è un antagonista malvagio bidimensionale: è l’incarnazione dell’orgoglio ferito, dell’ego che non tollera il rifiuto e che manipola la verità per ottenere vendetta.
Gertrude è una figura tragica, strumento inconsapevole di un inganno.
Mabel, pur diventando statua, conquista una forma di eternità che non le viene imposta, ma che lei stessa abbraccia.
Questa fiaba racconta anche un percorso, non solo narrativo, ma di consapevolezza creativa. Giulia ha trovato una voce che costruisce personaggi dotati di dignità e scelte, che non cede alla facilità del lieto fine scontato ma cerca una verità più profonda.
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Vi auguro una buona giornata e ci vediamo alla prossima Fotopagina.








